Mio figlio è uno stalker: esperienze di violenza sulle donne

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figlio stalkerMirco aveva trovato il suo cucciolo da accudire. Almeno, pareva così. Quella ragazza era una cosa sua, che nessuno doveva toccare o guardare, e anch’io all’inizio speravo che questo legame aiutasse mio figlio a mettere la testa a posto. A scuola era sempre stato una testa calda. Non pericoloso, intendiamoci bene: però problematico, sì. Sembrava sempre che fosse lì lì per dire qualcosa che poi non riusciva a tirare fuori, e si arrabbiava. Mi sono chiesta se abbia subito un trauma di cui non mi ha mai parlato, perché tutta questa rabbia non la capivo proprio. E poi c’è stato quell’episodio imbarazzante, quando è morta la maestra che lo trattava male, e lui al funerale sorrideva, e con una sincerità che non sapevo se apprezzare o meno diceva: «Mamma, io e la maestra ci odiavamo, perché dovrei essere triste?».

La scuola, poi, è andata così così. A 17 anni ha deciso di andare a lavorare in un bar e ha incontrato Chiara, che ne aveva 16. Era figlia unica di una famiglia poco equilibrata, anche se da fuori sembravano tutti a posto. Per me, la ragazza era cresciuta nell’indifferenza, ricevendo le attenzioni occasionali di un geranio sul balcone. A casa sua volava anche qualche schiaffo tra i genitori, e forse ne arrivava qualcuno anche a lei. Credo che Mirco abbia assistito a qualche litigio fra i suoi. Da qualche parte avrà pure imparato a picchiare, non certo da noi. A casa nostra volano insulti, certo. Violenza verbale, mai violenza sulle donne. Ma mio marito non ha mai alzato le mani su di me. Mai. Per questo non riesco a spiegarmi quello che ha combinato mio figlio.

Poi è saltato fuori che un amico di famiglia di Chiara, un adulto, l’aveva molestata a tredici anni. E mio figlio è andato a minacciarlo con un coltello. Era diventato la guardia del corpo di Chiara. Bastava che un compagno di scuola le dicesse una parola sgarbata, che la stuzzicasse come si fa a quell’età, lei faceva l’errore di raccontarglielo e Mirco perdeva la bussola. Un giustiziere. Io gli dicevo di non mettersi in mezzo, di avvisare i genitori quando alla ragazza succedeva qualcosa. Ma lui non ne voleva sapere, diceva che era compito suo. Poi, però, anche lei ha deciso di lasciare gli studi per cercarsi un lavoro, ed è stata la prima volta in cui lui l’ha presa a schiaffi. «Lo faccio per il suo bene», diceva, «lei è brava, non voglio che smetta di studiare». Lei ha sopportato. Lui deve averlo interpretato come un invito a continuare, e l’atto di punirla per i suoi errori è diventata un’abitudine, tanto la scusa era sempre la stessa, «lo faccio per il suo bene».

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Fonte: marieclaire.it

Photo by vanessa_hutd

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