Spiare email e chat Facebook del coniuge: cosa si rischia?

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Spiare email e chat Facebook del coniuge: cosa si rischia?

Sono entrata nell’account Facebook di mio marito e ho trovato una chat aperta con un’altra donna in cui era chiara una relazione tra i due; se faccio presente questo fatto al giudice per chiedere la separazione con addebito a suo carico, rischio una responsabilità penale? Faccio presente che, in passato, mio marito mi aveva rivelato la sua password di accesso all’account. 

Il codice penale punisce chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza, oppure si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo. La pena prevista è della reclusione fino ad un massimo di tre anni. Il reato è stato introdotto nel 1993 per tutelare il cosiddetto “domicilio informatico”, inteso come lo spazio virtuale all’interno del quale il titolare svolge attività e intrattiene relazioni personali e rispetto al quale costui ha il diritto di impedire o limitare l’accesso o la permanenza altrui. Non a caso la lettera della norma e la stessa collocazione nel codice sono prossime al reato di violazione di domicilio

Per sistema informatico si intende qualunque complesso di hardware e software che sia in grado di immagazzinare, generare ed elaborare dati rilevanti per l’utente e il cui accesso sia protetto da un dispositivo che può essere costituito anche da una semplice password.

Non vi è dubbio, pertanto, che anche l’account di un social network, come nel caso di specie, rientri tra i sistemi informatici cui è applicabile la norma appena citata.

Posta quindi la certa sussistenza del reato nel caso in cui ci si impossessi dei dati di accesso all’account contro la volontà del titolare, la questione si rivela più problematica qualora, come nel caso da Lei esposto, l’agente sia legittimamente in possesso della password e tuttavia acceda al sistema per scopi estranei a quelli per i quali era entrato in possesso dei dati di autenticazione.

A tal proposito le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito il principio secondo cui, ai fini del reato in esame l’abusività dell’accesso – quindi l’illiceità penale della condotta – non dipende dalle finalità perseguite dall’agente con l’accesso al sistema, quanto dalla sussistenza o meno del consenso del titolare dei dati, che, qualora non esplicito, deve essere escluso ogni qual volta chi compie l’accesso al sistema violi le prescrizioni impartite dal titolare circa l’uso del sistema (Cass. sent. n. 4694 del 7.2.2012). In parole semplici, anche qualora un soggetto sia legittimamente in possesso dei dati di accesso ad un account altrui, se l’avente diritto ha imposto delle condizioni e dei limiti riguardo all’utilizzo di tali dati e l’agente viola queste prescrizioni, vi sarà reato.

Se invece il titolare dell’account non ha imposto nessun limite, neanche implicito, limitandosi a fornire a un’altra persona le credenziali di accesso, ogni accesso da parte di quest’ultima – qualunque ne sia la finalità – non integra alcun reato.

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Fonte:  laleggepertutti.it – Redazione

Photo by Marta Manso

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