Intercettazioni telematiche preventive: solo un mezzo di difesa?

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intercettazioni telematiche

Come e quando opera questo mezzo investigativo. È sufficiente un mero sospetto? E quali sono le fonti che possono considerarsi attendibili?

Gli avvenimenti di Parigi continuano a confermare quanto sia indispensabile per uno Stato riuscire a prevenire minacce terroristiche, e non solo. Proprio di recente si è scoperto di ulteriori tentativi di attacco, per fortuna sventati, prima in Belgio, poi a Sidney e, per ultimo, a Londra. A riguardo, non è un mistero che le organizzazioni, eversive o criminali in genere, ormai si servano delle ultime tecnologie, specie di tipo informatico, per realizzare i loro progetti criminosi.

Quali strumenti ha a disposizione il nostro Paese per realizzare il difficile obiettivo della prevenzione?

Il mezzo che sicuramente più si presta a tale scopo e che ha sollevato numerose critiche, è quello delle intercettazioni telematiche preventive. Con esse la Procura della Repubblica ha la possibilità, nei casi previsti dalla legge, di captare conversazioni telefoniche, ma soprattutto flussi di comunicazioni informatiche o telematiche, prima che si incardini un procedimento penale. Tale regime è stato introdotto dalla Legge 15 dicembre 2001 n. 438, ponendosi parallelamente a quello ordinario delle intercettazioni previsto agli artt. 266 e ss. c.p.p.

Anzi, lo stesso sembra quasi passare inosservato, trovandosi disciplinato all’art. 226 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, sebbene ultimamente stia avendo un peso rilevante in tema di lotta al terrorismo. Si ricorda, infatti, come la Procura di Milano, nel Bilancio di responsabilità sociale del 2014, spiega di servirsi di questo strumento normativo per “verificare ipotesi di terrorismo individuale, nonché le segnalazioni, provenienti da svariate fonti, relative all’adesione-partecipazione allo stato islamico”.

Cerchiamo però di capire come e quando opera questo mezzo investigativo.

La norma consente di intercettare preventivamente comunicazioni o conversazioni, anche tra presenti, e anche per via telematica, quando il Ministro dell’Interno, i responsabili dei Servizi centrali su delega del primo, il questore o il comandante provinciale dei Carabinieri e della Guardia di Finanza chiedono, sulla base di esigenze di prevenzione, al Procuratore della Repubblica competente l’autorizzazione per operare le stesse in quanto “necessario per l’acquisizione di notizie concernenti i delitti di cui all’art. 407, c. 2 lett. a), e 51, c. 3 bis”.

Primariamente, se adoperiamo il rinvio posto dalla norma si nota come il ricorso a tale strumento pervasivo non sia devoluto solo ai casi di lotta al terrorismo e alla criminalità di stampo mafioso, ma anche per i delitti di omicidio, estorsione e rapina aggravata, sequestro di persona, tutti i reati inerenti la schiavitù, la pedopornografia, la prostituzione minorile, la violenza sessuale aggravata e molti altri ancora.

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Fonte: key4biz.it – Giulia Scalzo

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