Eredità fra conviventi: come comportarsi?

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eredità fra conviventiCresce in Italia il peso delle “famiglie di fatto“: secondo l’Istat, nel nostro Paese se ne registrano circa un milione, di cui circa la metà tra persone mai coniugate. Un fenomeno completamente ignorato dalla legge ma che, “dal basso”, reclama regolamentazione: finora, in taluni casi, l’hanno elaborata i giudici, che da tempo riconoscono rilevanza ai rapporti tra conviventi, ma ovviamente si è trattato di interventi per risolvere controversie specifiche nel quadro della legislazione vigente.

Uno degli aspetti più importanti su cui vi è necessità di regolamentazione è senz’altro quello della eredità fra conviventi: in mancanza di una legge in materia, infatti, i conviventi sono come due perfetti estranei e, quindi, senza una normativa che disciplini queste vicende, è assai difficile procedere a una regolamentazione convenzionale.

La convivenza non vale ad attribuire alcun diritto successorio, salvo che il convivente sia beneficiato con un testamento. Il testamento, per non essere impugnabile, deve però rispettare le quote riservate ad eventuali eredi legittimari del defunto: e cioè il coniuge (precisandosi che è tale anche il coniuge separato in quanto solo il divorzio recide il vincolo coniugale), i figli (e i loro discendenti) e, se mancano figli (e discendenti), gli ascendenti del defunto. In mancanza di testamento, si apre la successione legittima a favore del coniuge (anche separato) del defunto, dei figli e loro discendenti; in assenza di questi ultimi, oltre al coniuge sono beneficiati gli ascendenti, i fratelli e le sorelle del defunto. In loro mancanza, l’eredità si devolve ad altri parenti entro il sesto grado (con la regola che il parente più prossimo esclude quello più remoto) o, in alternativa, allo Stato.

Nel nostro sistema, pur mancandone una disciplina legislativa, i rapporti di convivenza sono riconosciuti come leciti e meritevoli di tutela (si veda, in proposito, Il Sole 24 Ore del 18 novembre scorso). È spontaneo chiedersi se sia quindi possibile stipulare un patto di convivenza che abbia anche rilevanza in sede di successione a causa di morte, vale a dire un contratto con il quale i conviventi possano pattuire, l’uno a favore dell’altro, le sorti del proprio patrimonio dopo la loro morte. La risposta è negativa, in quanto nel nostro ordinamento oggi ci sono due principi inderogabili:

• il divieto dei patti successori;
• l’intangibilità della legittima.

Divieto di patti successori significa nullità di qualsiasi atto o contratto con il quale, in vita della persona della cui eredità si tratta, si dispongano le sorti del patrimonio di questa persona dopo la sua morte.

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Fonte: espertorisponde.ilsole24ore.com

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