Computer Forensics ed investigazioni digitali: acquisizione della prova informatica in sede processuale

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prova informatica

Avv. Giuseppe Serafini. L’occasione odierna, per la quale ringrazio gli organizzatori, ci consente, come avvocati prima, e come cittadini poi, di affrontare, da un punto di vista che vuole essere estremamente pratico e concreto, un tema, di estrema attualità, quale è quello che lega, la tecnologia – l’informatica in particolare – al processo, civile, nella specie.

Una prima sistematizzazione razionale del fenomeno che ci occupa oggi, non può prescindere, a mio avviso, da un inquadramento generale di una disciplina, l’informatica giuridica, che studia, nelle sue molteplici e variegate sfumature le interazione reciproche, sempre più frequenti in questi ultimi anni, tra informatica e diritto.

Con una metafora, appartenente alla migliore dottrina (Il Prof. Renato Borruso, padre fondatore già nel 1973 del CED presso la Corte di Cassazione in Roma), possiamo pensare l’informatica giuridica come una sfera, divisa, immaginariamente, in due semisfere, la prima che chiameremo informatica del diritto, la seconda che chiameremo diritto dell’informatica. [..]

Vieppiù, si è recentemente, affacciata all’attenzione dei giuristi, prova ne sia la recente istituzione di percorsi universitari e post-univeristari nelle principali Università italiane (tra i quali quello del Prof. Giovanni Ziccardi, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università statale di Milano in Computer Forensics ed investigazioni digitali, che ho avuto il privilegio di frequentare), una nuova disciplina, a mio avviso, di difficile classificazione, nello schema sopra proposto, che prende il nome di Digital Forensics (Informatica Forense), che si occupa della individuazione, acquisizione, conservazione e presentazione al Giudice di quelle “evidenze digitali” sulla base delle quali quest’ultimo formerà il suo libero convincimento.

Secondo chi scrive, la difficoltà della classificazione, risiede nel fatto che, l’interazione tra l’uso di determinati strumenti logici (nel senso di software) e il loro “effetto giuridico” (nel senso di rilevanza giuridica) è talmente profonda che al “digital forenser” (espressione che possiamo tradurre, per ora come investigatore digitale) non possono essere ignoti ne gli uni, gli strumenti, ne l’altro, l’ effetto del loro uso.

Ciò detto, ritengo necessaria, in quanto avvocati, titolari cioè di quel particolare Jus Postulandi che ci consente di rivolgerci ad un Giudice per l’accertamento della verità, una ulteriore riflessione legata all’informatica, o meglio, legata al nostro rapporto con l’informatica ed i suoi esiti.

Dal mio punto di vista, trovo che, possa, fondatamente, parlarsi, nell’ambito delle attuali dinamiche (secondo alcuni irreversibili), di digitalizzazione dei beni e dei rapporti, facilitate dalla sempre maggiore disponibilità di strumenti tecnologici, sempre più comodi e potenti (la potenza di clcolo degli smartphone attuali è di sicuro molto maggiore di quella che una grande impresa aveva a disposzione negli anni ottanta del secolo scorso), di un vero e proprio diritto alla crittografia, vale a dire il diritto di ognuno a che le informazioni che lo riguardano, così come le applicazioni che interagiscono con la sua vita, trovino protezione dedicata mediante l’impiego di adeguate protezioni/soluzioni crittografiche.

Voglio dire, che, se è vero che da una parte la realtà quotidiana ci vede, come essere umani ed anche come professionisti, in numerosissimi ambiti delle nostre vite, affidarci, completamente, all’esito di operazioni svolte da elaboratori elettronici (si pensi al fatto che scriviamo e memorizziamo i nostri atti utilizzando elaboratori elttronici, alle transazioni bacarie, alla videosorveglianza, alla telemedicina, piuttosto che al controllo dell’erogazione dell’energia elettrica nei nostri ospedali), è purtroppo vero, che, dall’altra, non può farsi a meno di constatare una sostanziale, eccessiva, restiità a sviluppare, nel processo, civile, in questo caso, una confidenza con l’evidenza digitale (il documento informatico), non solo necessaria, ma anche opportuna per la stessa efficacia della funzione giuridizionale (sommersa dalla carta e oberata di arretrati).

Un esempio chiarirà il concetto.

Risulta prassi consolidata, nel processo civile, in relazione, per esempio a vicende relative all’adempimento di obbligazioni contrattuali, piuttosto che a vicende relative all’accertamento delle ragioni di una separazione, e del consegente suo eventuale addebito, procedere, al deposito, al fine della dimostrazione (della prova in senso lato) delle circostanze contenute in un messaggio, o, in ipotesi, nei suoi allegati, della stampa delle e-mail, o, per fare un esempio attualissimo, della stampa di messaggi attinti da social network.

Ebbene, una osservazione, appena più che superficiale del fenomeno e della norma di cui all’art. 2712, in materia di riproduzioni meccaniche, porta, necessariamente, alla constatazione che, sia dal punto di vista fenomenico, sia, quindi, dal punto di vista giuridico, la stampa di un contenuto è cosa diversa (tanto più se il contenuto è l’esito di una operazione informaticamente complessa) dal contenuto stesso.

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Fonte: telediritto.it

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Photo by MrChrome

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