Il datore di lavoro e la lotta all’assenteismo e la privacy

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lotta all'assenteismo

Fino a che punto si possono spingere i controlli del datore di lavoro per prevenire ed evitare l’assenteismo ingiustificato?

Le cause profonde dell’assenteismo ingiustificato possono essere varie e magari di natura sociale, legate allo stress della condizione lavorativa, a rapporti difficili con il datore di lavoro, con i dirigenti o con i colleghi, a un difficile equilibrio fra impegni familiari e impegni professionali, a demotivazione personale e collettiva; pertanto, meriterebbero un esame più approfondito che qui non faremo.

Ci limiteremo soltanto a dire che, pur non giustificando l’assenteismo, tali cause forse andrebbero debitamente affrontate così da individuare interventi opportuni per attenuare e ridurre il fenomeno.

Vediamo invece fin dove può arrivare la lotta all’assenteismo da parte del datore di lavoro se non si vogliono ledere i diritti fondamentali del lavoratore, come quello alla privacy.

Innanzitutto, la legge permette al datore di lavoro, pubblico e privato, di predisporre dei controlli fiscali a cui il lavoratore non può sottrarsi pena la perdita della retribuzione dei giorni di malattia e sanzioni disciplinari che possono arrivare, gradualmente, fino al licenziamento.

Per questo motivo il lavoratore ha il dovere di comunicare sempre al suo datore di lavoro il proprio domicilio, non in modo generico ma preciso; deve poter sempre essere reperito dal medico fiscale, senza scusanti: non ci si può nascondere dietro il fatto che il campanello non esiste o non funziona, o che il nome non è sulla porta.

Il lavoratore ha l’obbligo di farsi trovare dal medico nel proprio domicilio durante le cosiddette fasce di reperibilità, più lunghe per i lavoratori pubblici, più brevi per i lavoratori privati. Ciò vale, in caso di malattia, anche durante le vacanze e perfino all’estero, perché il datore di lavoro può chiedere all’ambasciata italiana o all’ufficio consolare di effettuare visite fiscali con personale medico di fiducia presso l’indirizzo temporaneo del lavoratore, se questi non è ricoverato in un luogo di cura.

Al di fuori da queste fasce il lavoratore potrebbe anche uscire di casa ma non solo gli è proibito svolgere un’altra attività lavorativa, regolare o in nero, ma deve comunque tenere una condotta che non sia incompatibile con il suo stato di cattiva salute (sebbene il datore di lavoro non abbia il diritto di conoscere la diagnosi della malattia ma soltanto la prognosi, cioè la durata) o che possa aggravare la malattia o ritardare la guarigione e il rientro sul lavoro.

Da qui deriva tutta una serie di sentenze, anche della Cassazione, che hanno ritenuto legittime le sanzioni irrogate a lavoratori che, durante la malattia, erano stati visti sciare o addirittura erano comparsi, per loro sfortuna, in filmati televisivi o, ancora, che avevano vinto gare sportive (e i giornali hanno riportato regolarmene la notizia).

Se, ordinariamente, il datore di lavoro deve disinteressarsi della attività sportive o ludiche del lavoratore, siano esse svolte in modo agonistico o amatoriale, in questi casi egli ha visto riconosciuto dai giudici il proprio diritto ad indagare su queste attività per sanzionare la condotta sleale.

In questi casi però la notizia, poi approfondita, di attività esterne del lavoratore durante la malattia non era frutto di una precisa attività di controllo gestita dal datore di lavoro; ci si può in effetti chiedere se il datore di lavoro possa mettere in atto dei controlli sul dipendente mentre questi è in malattia oppure mentre usufruisce dei permessi della legge 104 per l’assistenza a congiunti malati o handicappati.

La risposta a tale quesito è positiva: il datore di lavoro può predisporre questi controlli e farli svolgere da propri dipendenti o affidarli ad agenzie di investigazione privata, che devono agire con le necessarie licenze concesse dalla Prefettura.

Fonte: zeusnews.it – Pier Luigi Tolardo

Photo by Roger Schüeber
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